Riflessioni a margine del saggio di Paolo Flores d’Arcais (2016, Raffaello Cortina Editore) 

Del 7 gennaio 2015 ricordo la sensazione di ala ferita. Ricordo la confusione, il timore, la nebulosa consapevolezza che si era davanti ad uno spartiacque e che niente sarebbe più potuto essere la stessa cosa. Ricordo, anche, la rabbia e l’orgoglio, sì, come nel celebre libro della Fallaci. Perché le raffiche di mitra nella redazione parigina di Charlie Hebdo erano rivolte a tutti noi e il sangue di quei giornalisti e vignettisti coraggiosi ha tinto di rosso i giorni, i pensieri, le paure di chiunque si trovasse in quei giorni a domandarsi cosa significasse realmente quell’assalto.

E’ da quel 7 gennaio che prende il via il saggio di Paolo Flores d’Arcais “La guerra del Sacro. Terrorismo, laicità e democrazia radicale“, edito nel 2016 da Raffaello Cortina Editore. Un libro coraggioso, duro, fatto di prese di posizione poco politically correct ma profondamente lucide, che partono dalla strage alla redazione del giornale satirico francese con cui “il fondamentalismo islamico dichiara guerra alla laicità e alla democrazia” per sottolineare che sì, da quel giorno è ufficialmente in atto una guerra: ma non si tratta – come invece una certa opinione pubblica tende a credere, la stessa opinione pubblica che ha sbrodolato domenica scorsa sulla compresenza di cristiani e musulmani a messa – di uno scontro tra Islam e Cristianesimo, quanto piuttosto un’aspra battaglia tra il Sacro e la laicità radicale richiesta (o che dovrebbe essere pretesa?) dalla democrazia per continuare a definirsi tale.

Il fondamentalismo islamico è religioso prima che islamico, perché costituisce la coerenza della Religione contro la decadenza e il crepuscolo della religione sottomessa. Più che dell’Occidente è nemico innanzitutto di un versante dell’Occidente […]. Il fondamentalismo nega e combatte l’Occidente essenzialmente nel lato luminoso e logico con cui il fare delle democrazie realizza fedeltà al dire egualitario e libertario del disincanto.

E da qui, a cascata, discende la fondamentale inderogabilità del “diritto all’empietà”: la stessa empietà fortemente criticata anche a Charlie Hebdo, pure nei giorni e nelle settimane immediatamente successivi alla strage, e non solo dal mondo islamico “moderato”.

Consapevolmente o meno, il terrorismo islamico […] sterminando un’intera redazione dichiara di voler annientare un principio, la libertà di espressione che nasce, non dimentichiamolo, quando la tolleranza dell’eresia diventa un diritto all’eresia. Alambicco e incubatrice di tutte le libertà dei moderni.  […] La realtà storica del 7 gennaio è la dichiarazione di guerra del Sacro contro la laicità del disincanto e le sue libertà.

E se è dunque vero che “la verità di un attentato è sempre la risposta che genera”, allora mi ritrovo nelle parole dell’autore quando dà un nome alla sensazione nebulosa di rabbia e di rivalsa, quando scrive che in questo contesto pensare di separare il terrorismo dalla religione è un controsenso, perché è proprio nella religione – nella sottomissione dell’autos nomos all’eteros nomos, dell’Altro all’Alto – e nello specifico nella religione islamica in questo determinato frangente socio culturale e geopolitico che il terrorismo trova il suo brodo di coltura, la sua ragion d’essere:

La religione c’entra, dunque, anzi costituisce motivazione essenziale e cruciale posta in gioco. Il terrorismo che ha spento le vite di Wolinski e dei suoi compagni di scorribande libertarie uccide gridando “Allah akbar”: è terrorismo islamico, orgogliosamente. […] Cercare di nasconderselo è follia colpevole.

L’unica risposta possibile, secondo l’autore, è la strenua difesa della laicità di uno stato nel quale non ci sia posto per Dio. Nessun Dio, se la legge religiosa diviene o ambisce a diventare parametro privilegiato rispetto alla legge dello stato. Per questo il “problema” non è solo la religione islamica – per quanto la sua pretesa di universalità anche sociale e statuale sia ad oggi quella declamata più ad altra voce, a differenza delle altre fedi del libro che subiscono, per forza di cose e di evoluzione sociale, la sottomissione alla democrazia – ma qualunque religione mettesse la suscettibilità a parametro delle leggi. Perché “se a decidere sul diritto di critica è la suscettibilità alla critica, la stessa suscettibilità ha diritto a decidere la pena”.

Ormai dilaga il “ragionamento” in virtù del quale se la libertà di ciascuno deve fermarsi dove comincia l’eguale libertà dell’altro, non può essere consentita la libertà di offendere ciò che per qualcuno è sacro. Libertà di critica sì, libertà di offesa no. Sembra un sillogismo, ma è una fallacia, una conclusione abusiva che nega la logica, oltre che la libertà. Per cominciare: chi decide che cosa è critica e che cosa è offesa?

La reale domanda da porsi ad alta voce, ritiene Flores d’Arcais, è quella che si chiede se “Dio sia compatibile con la democrazia”. E allora eccola la grande sfida dei nostri tempi. Eccolo il reale scontro di civiltà. Non tanto e non solo quello ipotizzato da Samuel Huntington, ma soprattutto quello che ha costituito la base su cui sono stati istituiti, a fatica e a costo di innumerevoli sacrifici umani e intellettuali, gli Stati moderni: lo scontro tra il mondo della morale divina e quello della morale umana e democratica. E sono state le scariche di mitra su Wolinski, Charb e gli altri vignettisti ad inaugurarlo ufficialmente, così come sono stati i successivi attentati  a consolidarne la traccia.

La vera domanda a questo punto è: cosa si sarà disposti a sacrificare, come società, e per difendere che cosa realmente? Il multiculturalismo delle concessioni a tutti e dei doveri ideologici egalitari e libertari per nessuno, oppure la democrazia reale dell’universalismo laicista?

E’ illusorio il mantra che con il terrorismo la religione non c’entri. E’ consolatoria la litania che il disincanto sia acquisito per sempre. E’ chimerico che la democrazia possa sopravvivere senza onorare le sue promesse “folli” di libertà, eguaglianza e fratellanza e di perseguimento della felicità per tutti.

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