Articolo pubblicato su Diritto di Critica il 23 giugno 2014 

Le inchieste degli ultimi anni ritraggono mafie forti, che si spartiscono il territorio con i gruppi stranieri. E che fanno affari con la politica

La Duomo Connection all’inizio degli anni Novanta inaugura in qualche modo in Lombardia la fase di “riscossa” delle istituzioni contro le mafie, cancro ben radicato pure in una società e in un’economia che ne aveva sempre negato l’esistenza. L’inchiesta – condotta tra il 1989 e il 1990 a Milano, aveva infatti messo in luce il livello di collusione raggiunto nella “capitale morale” d’Italia tra mafiosi, politici e funzionari, sebbene le condanne per associazione a delinquere di stampo mafioso siano state tali solo per i boss (per narcotraffico) e non per i politici.

Le inchieste degli anni Novanta. Se la Duomo Connection è stata forse l’inchiesta più importante del periodo, di certo non è stata l’unica: a seguito delle confessioni di Saverio Morabito e Antonio Zagari, infatti, si riesce a quantificare gli affari delle cosche ed il numero di affiliati in Lombardia. Non solo: le inchieste che prendono il via in quegli anni – tra cui “Wall Street”, “Nord-Sud”, “Hoca-Tuca”, “Count Down”, “Belgio” e “Fine” – portano all’arresto e al processo per associazione mafiosa di tremila persone, a 87 ergastoli e alla confisca di enormi patrimoni immobili, aziendali e finanziari. Si parla di un rapporto 3 a 1 rispetto alla Sicilia del maxi-processo del pool di Palermo (che portò a circa un migliaio di condanne analoghe nella regione meridionale), eppure non basta a far scattare l’allarme sociale per la presenza mafiosa in Lombardia: all’ombra della Madonnina, la mafia è ancora una questione da “terroni” e, nonostante l’evidente radicamento del fenomeno, scivolano nel vuoto le denunce di storture.

Nuove strategie. Il periodo successivo alle stragi di Capaci e Via d’Amelio è un momento di stallo: una volta scemata l’emozione per gli attentati ai magistrati è calata anche l’attenzione sulle tematiche relative al radicamento mafioso nell’economia italiana, Nord compreso. Ciononostante, l’espansione delle mafie non subisce una grossa battuta d’arresto e prosegue, sebbene sotto un profilo più defilato: profilo che è legato agli interessi stessi delle cosche, per le quali la strategia della violenza è diventata controproducente rispetto a quella, di gran lunga più remunerativa, degli affari con le “persone giuste”. L’aspetto affaristico e finanziario degli accordi è diventato quello predominante, unito alla spartizione del territorio – anche con mafie straniere – per quanto riguarda i traffici illeciti.

“Mafia integrata”. La collaborazione progressiva con le mafie straniere è uno dei risultati del cosiddetto cambio di stile che ha interessato in particolar modo i clan calabresi dagli anni Novanta ad oggi sulla piazza lombarda: la spartizione riguarda specialmente il traffico di droga, il contrabbando e il traffico di esseri umani e coinvolge prevalentemente i narcotrafficanti colombiani e spagnoli, ma anche i clan albanesi, kosovari, turchi e nordafricani. Questo ha portato al progressivo venir meno del prerequisito etnico all’interno di organizzazione che in precedenza erano strettamente legate alla provenienza e alla discendenza di sangue, tanto che si parla oggi di “mafia integrata” per descrivere le nuove dinamiche all’interno delle organizzazioni criminali di stampo mafioso.

L’ultimo decennio. Al giorno d’oggi, la ‘ndrangheta si conferma come organizzazione criminale di maggior rilievo sul territorio lombardo, ramificata sia nei traffici tradizionali come quello della droga che in nuovi investimenti, come le grandi opere, le costruzioni, le agenzie immobiliari. A testimoniarlo sono diverse operazioni di polizia – come “Atto Finale”, “Mala Avis” (2002), “Oversize”, “Soprano” (2006) e “Ferrus Equi” (2007) – e gli arresti di boss di calibro, come Salvatore Morabito nel maggio 2007 o alcuni esponenti del clan Barbaro-Papalia nel giugno 2008. Si tratta in diversi casi di mafie di seconda generazione, nelle quali a prendere il comando sono spesso i figli o i nipoti di boss in carcere o morti.

“Crimine-Infinito” e le mafie in Lombardia oggi. Le indagini proseguono fino all’inchiesta “Crimine-Infinito” (unione dei filoni d’indagine “Crimine” condotto dalla Dda di Reggio Calabria e “Infinito” condotto invece dalla Dda di Milano) del 2010-2011, che mette in evidenza la struttura delle cosche calabresi sul territorio lombardo: se in precedenza si riteneva infatti che la struttura gerarchica dell’organizzazione calabrese fosse limitata alle singole locali, le indagini hanno permesso di identificarne invece la conformazione “a livelli” collegati gerarchicamente tra loro e con forte carattere verticistico. La “Crimine-Infinito” porta a scoprire più di quaranta summit di ‘ndrangheta in Lombardia nel giro di due anni e oltre 500 affiliati in tutta la regione, a sbaragliare 15 “locali” e a sequestrare beni per un valore pari a 60 milioni di euro. L’indagine ha generato altri filoni d’inchiesta che sono tutt’ora in corso.

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