Articolo pubblicato su Diritto di Critica il 18 giugno 2014 

Dall’avanzata della ‘ndrangheta negli anni Ottanta alla “Duomo Connection”, il ritratto di una Regione in mano alle cosche

A Milano e in Lombardia la mafia non esiste: un mantra, un alibi politico e istituzionale che per anni ha inteso negare l’organizzazione sistemica e strutturata del potere criminale nella regione settentrionale. Peccato che sia i dati storici che giudiziari dimostrino esattamente il contrario: le mafie in Lombardia ci sono dagli anni Cinquanta, e quella che all’inizio era una presenza sporadica di singole famiglie è diventata nel corso degli anni un sistema organico e capillare, strettamente legato con la finanza, la politica e l’economia locale.

Anni Settanta e Ottanta, anni d’affari e di inchieste. Gli anni Settanta sono stati anni decisivi per l’avanzata del potere mafioso al Nord: alle “guerre di mafia” per il controllo dei territori e dei traffici criminali – basti pensare ad esempio allo scontro tra Francis Turatello ed Angelo Epaminonda, legati a Cosa Nostra – si uniscono gli intrecci politico-finanziari di cui sono emblemi la vicenda Sindona-Calvi e l’uccisione dell’avvocato Giorgio Ambrosoli nel ’79, e che consacrano definitivamente la Lombardia a piazza di affari privilegiata e fondamentale per i clan. A testimoniarlo, all’inizio degli anni Ottanta, sono il “blitz di San Valentino” e il “blitz di San Martino” (febbraio e novembre 1983), con i quali vengono confiscati patrimoni di ingente valore e messe in luce le infiltrazioni mafiose non solo nell’economia, ma anche nella finanza milanese, e le molteplici commistioni tra politica, affari e crimine.

L’avanzata delle cosche calabresi. Gli anni Ottanta sono anche anni di passaggio: non solo perché le diverse indagini permettono di toccare con mano le dimensioni della presenza mafiosa in Lombardia, ma anche e soprattutto perché è in quegli anni che il controllo dei clan mafiosi siciliani inizia a vacillare a fronte di conflitti interni che lasciano ampi spazi di manovra e di infiltrazione alla ‘ndrangheta calabrese. Di struttura meno verticista e più duttile, ma anche più impenetrabile di Cosa Nostra, l’organizzazione calabrese inizialmente si specializza al nord in rapine e sequestri di persona, prendendo in controllo di interi quartieri di Milano – ad esempio Quarto Oggiaro e Comasina – e di diversi comuni limitrofi, tra cui Corsico e Buccinasco, e facendosi spazio tra le altre organizzazioni criminali a suon di scontri a fuoco, al punto che Milano acquisisce la terza posizione tra le città italiane per numero di omicidi. Successivamente, alla fase violenta segue la spartizione dei traffici di droga, contrabbando ed investimenti.

La legge Rognoni-La Torre. I dati disponibili attualmente sulle infiltrazioni mafiose di quegli anni sono parte di una storia costruita solo successivamente, anche da un punto di vista strettamente normativo e penale. Bisogna infatti aspettare il 1982 perché nella legislazione italiana venga inserito il reato di “associazione mafiosa” (articolo 416-bis), cosa che prima non esisteva e che rendeva difficoltoso il contrasto giudiziario alle pratiche mafiose: la proposta di legge avanzata da Pio La Torre e Virginio Rognoni viene approvata il 13 settembre 1982 (legge n.646 “Rognoni-La Torre”), meno di cinque mesi dopo l’assassinio dello stesso La Torre e dieci giorni dopo l’uccisione del generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Oltre al 416-bis – che definisce di tipo mafioso un’associazione quando coloro che ne fanno partesi avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e omertà che ne deriva per commettere delitti, acquisire la gestione o il controllo di attività economiche o ottenere vantaggi privati – la legge Rognoni-La Torre inserisce anche per la prima volta nell’ordinamento italiano la confisca dei beni rinvenuti nella proprietà diretta o indiretta dell’indiziato.

La “Duomo Connection”. La legge 646/82 trova la sua prima, reale applicazione con il maxi-processo di Palermo, ma quella degli anni Ottanta e Novanta non è una stagione di inchieste solo per la Sicilia: tra il 1989 e il 1990 a Milano viene condotta l’inchiesta che prende il nome di “Duomo Connection” e grazie alla quale si mette a fuoco il preoccupante livello di collusione raggiunto tra mafiosi, politici e funzionari all’ombra della Madonnina. La Duomo Connection porta all’arresto di un numeroso gruppo di pregiudicati siciliani e del loro presunto capo, Antonino Carollo (figlio del boss Gaetano Carollo che era stato ucciso nel 1987 a Liscate): accanto al traffico di stupefacenti, l’inchiesta accerta l’intensa attività edilizia e speculativa che il gruppo siciliano aveva messo in atto nell’ormai ex capitale morale d’Italia grazie alla collaborazione di imprenditori locali e ai legami intrecciati dai clan con esponenti dell’amministrazione locale di Milano.

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