Articolo pubblicato su Diritto di Critica il 16 giugno 2014 

Dalle bische clandestine agli intrecci con la finanza, le mafie hanno iniziato a insediarsi in Lombardia a partire dagli anni Cinquanta. Ma l’allarme sociale è arrivato solo con i sequestri di persona vent’anni dopo

Non più infiltrazione, ma vero e proprio radicamento: tale è oggi la posizione delle mafie nelle regioni del Nord Italia, al netto delle smentite di chi fino a poco tempo fa ancora sosteneva che la mafia in Lombardia “non esiste”. Expo 2015 docet, così come le innumerevoli inchieste che negli anni hanno dimostrato la presenza sempre più istituzionalizzata delle cosche al Nord.

Prime infiltrazioni dei clan in Lombardia. La presenza dei clan inizia ad attestarsi in Lombardia tra gli anni Cinquanta e Sessanta, con i primi inventi investimenti di denaro sporco sulla piazza milanese. La migrazione degli interessi mafiosi al Nord è dovuta sostanzialmente a tre fattori principali: l’invio di boss mafiosi di primo piano a soggiorno obbligato nelle regioni settentrionali (secondo quanto previsto dalla legge 575/1965, potenziamento della legge sul confino del 1956 e che prevedeva l’invio a confino di soggetti indiziati di appartenere ad una associazione mafiosa nella convinzione che il confino avrebbe reciso i ponti con la struttura originaria), lo spostamento fisiologico di criminali che sfruttano reti familiari e grandi numeri delle migrazioni per muoversi (gli anni Sessanta sono gli anni del boom economico, che ha causato una massiccia migrazione interna dalle regioni del sud Italia a quelle del nord) e  – fattore spesso sottovalutato – la disponibilità stessa dei cittadini locali  ad effettuare scelte di tipo criminale in rapporto con i clan siciliani e calabresi.

Gli anni dell’insediamento, tra bische clandestine e contrabbando. Gli anni Sessanta segnano per le strutture mafiose al Nord l’inizio di un lungo processo di insediamento progressivo, avviato grazie allo sfruttamento delle reti familiari e delle manifestazioni popolari e religiose per conoscere il territorio e coltivare relazioni: il folklore, le processioni, le feste patronali sono stati spesso, al Nord, strumentali alle organizzazioni criminali per iniziare a mappare il territorio e successivamente radicarsi in quelle attività lucrative che possono assicurare un guadagno immediato: bische clandestine, contrabbando, controllo della prostituzione, scommesse, traffico di preziosi, tutte attività prodromiche al grande traffico della droga di cui la Lombardia – e soprattutto Milano –  diventerà negli anni successivi piattaforma strategica a livello europeo, grazie alla forte presenza di snodi viari e aeroportuali. Uno dei primi nomi legati alla malavita organizzata e attivi sul territorio lombardo è Giuseppe Doto – conosciuto come Joe Adonis – che nel capoluogo  gestiva bische e night club e si occupava di estorsione, traffico di preziosi e rapine. Gli anni Sessanta sono anni di ramificazione silenziosa ma importante, e non è un caso che si sia svolto proprio a Milano, nel 1970, un grosso vertice tra alcuni degli esponenti più in vista delle cosche mafiose, tra cui Totò Riina, Tommaso Buscetta, Gerlando Alberti e Gaetano Badalamenti. Nomi importanti, segno di una mappatura criminale già articolata e strutturata e della centralità del territorio lombardo nelle prospettive economiche mafiose.

La stagione dei sequestri. Bisogna comunque aspettargli gli anni Settanta, gli anni dei sequestri di persona, perché arrivi l’allarme sociale a seguito dei fenomeni di insediamento dei clan mafiosi. La stagione dei sequestri coinvolge anche figure note come gli imprenditori Pietro Torielli e Luigi Rossi di Montelera e conferisce alla regione un triste primato: la Lombardia diventa infatti la prima regione d’Italia per numero di sequestri di persona, con 158 sequestri sul totale del 672 commessi sul territorio nazionale tra il 1969 e il 1998. I sequestri raggiungono un duplice obiettivo: da un lato distolgono l’attenzione dagli altri affari delle mafie, e dall’altro diventano per le cosche (in particolare calabresi) un modo per accumulare gli enormi patrimoni sui quali hanno successivamente potuto costruire i loro imperi. I capitali così ottenuti rappresentano la prima forma di investimento mafioso a livello finanziario e avviano quella commistione tra finanza e criminalità che ancora oggi è difficile sbrogliare.
Anni Settanta: l’intreccio con la finanza.L’omicidio nel 1979 dell’avvocato Giorgio Ambrosoli – commissario liquidatore della Banca Privata Italiana che si era battuto per contrastare le operazioni illecite messe in campo dagli affaristi Michele Sindona e Roberto Calvi per favorire gli investimenti delle cosche mafiose – denota già sul finire degli anni ’70 l’avanzata prepotente dei clan nel mercato invisibile ma remunerativo della finanza grazie agli appoggi, spesso, della politica locale e testimonia la capacità delle cosche di avere relazioni a diversi livelli, il che spiega come mai la criminalità organizzata abbia saputo radicarsi anche in territori considerati “immuni”. Nel ’75, a seguito dell’arresto di Luciano Leggio (o Liggio) – leader dei corleonesi e coinvolto nei sequestri Torielli e Rossi di Montelera – si era già aperto a Milano un importante processo nel quale si registrava forse per la prima volta a livello ufficiale l’avanzata delle cosche al Nord: si tratta in prevalenza di cosche siciliane legate a Cosa Nostra, tra cui ad esempio quella di Francis Turatello, il cui scontro con Angelo Epaminonda sul finire degli anni Settanta genera una vera e propria “guerra di mafia” sul territorio milanese, con oltre sessanta omicidi. La ricostruzione che Epaminonda fa del panorama mafioso in Lombardia a seguito dell’arresto (nel 1984) permette di ricostruire dieci anni di attività illecite nel capoluogo lombardo e mostra un’intricata rete di alleanze e giochi di potere che stavano trasformando Milano – e non solo – nella nuova piazza d’affari della criminalità organizzata.
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