Intervista pubblicata su Diritto di Critica il 3 giugno 2013

«Serve un nuovo femminismo, che non opponga le donne agli uomini ma che li renda complici». Basterebbe forse questa frase – ma probabilmente sarebbe riduttiva – a presentare Joumana Haddad: poetessa, scrittrice e giornalista libanese, autrice tra le altre cose del saggio “Ho ucciso Shahrazad” e della raccolta poetica “Il ritorno di Lilith” e fondatrice della rivista “Jasad” (la prima in lingua araba a trattare la letteratura e la cultura del corpo e dell’erotico), è diventata negli anni unafigura di riferimento nel panorama intellettuale internazionale grazie alle sue posizioni controverse e anticonformiste, dalle quali continua a denunciare senza peli sulla lingua la condizione femminile nel mondo arabo (e non solo). Battaglia tra i sessi, discriminazione femminile, senso del peccato e ipocrisia delle società del “supereroismo” sono anche i temi del suo ultimo libro, “Superman è arabo. Su Dio, il matrimonio, il machismo e altro invenzioni disastrose”, che la scrittrice sta presentando nel nostro Paese in questi giorni.

Nel tuo ultimo libro, “Superman è arabo”, utilizzi la figura fantastica del supereroe per descrivere una categoria di uomini d’acciaio ma artificiali, intimamente insicuri, succubi delle proprie paure al punto da voler piegare il genere femminile per confermare la propria virilità. Superman è arabo, scrivi: ma è davvero solo arabo?

Superman è arabo, ma basta ascoltare un telegiornale o leggere un quotidiano per rendersi conto che in realtà è anche italiano, francese, spagnolo e via dicendo: le notizie continue di femminicidi dimostrano che i cosiddetti machi non hanno nazionalità. La differenza sta nel fatto che in Occidente ci sono leggi che potrebbero proteggere la donna, cosa che invece non accade nel mondo arabo. Nemmeno in Libano, che pure è considerato uno dei Paesi arabi più progressisti ed è spesso indicato come esempio e modello di emancipazione sociale.

Un esempio?

Ad esempio, non esiste in Libano alcuna legge che protegga la donna dallo stupro coniugale, sebbene già due volte sia stata presentata una proposta di legge in merito: le autorità religiose (uomini, ovviamente) non ne hanno permesso l’approvazione perché trovano inconcepibile il fatto che all’interno di un vincolo matrimoniale possa effettivamente esserci costrizione sessuale.

Nonostante la recentissima ratifica della Convenzione di Istanbul e il dibattito che ormai già da tempo si porta avanti sul tema della violenza contro le donne, in Italia i femminicidi sono ormai all’ordine del giorno. Da donna e da intellettuale, come ti rapporti a questo fenomeno?

Il femminicidio è il prodotto violento e assassino di una cultura machista, di un uomo che confonde la violenza e il possesso con l’amore. Senza cadere nel tranello di scaricare la colpa sulla vittima, vorrei però evidenziare anche il fatto che le donne in molti casi non sono esenti da responsabilità nel perpetuare modelli discriminatori e violenti verso il loro stesso genere : mi riferisco ad esempio a quelle madri che, pur lamentandosi del proprio destino, continuano ad abituare i figli maschi a rapportarsi con le donne con prepotenza, discriminazione o nel migliore dei casi condiscendenza e che crescono le figlie femmine nell’idea che debbano essere docili e sottomesse. Mi riferisco anche alle donne che vogliono accanto un uomo “stronzo”: non dimentichiamo che gli uomini che commettono femminicidio hanno già manifestato in passato tendenze alla violenza contro le compagne, le mogli, le fidanzate. Un uomo che confonde il possesso con l’amore non è forte, è malato.

Una responsabilità condivisa, dunque?

Certo. Ricordiamoci che ogni maschio è figlio di una donna e proprio per questo le donne hanno il potere di cambiare le cose, di riscrivere il concetto di mascolinità isolandolo dall’idea di virilità violenta, prepotente, dominante. Bisogna stare molto attente alle manifestazioni patriarcali delle donne stesse e soprattutto smetterla di confondere società patriarcale e uomo: uomini e donne dovrebbero essere complici, non opposti e antagonisti in un confronto sfibrante.

Eppure, sebbene questi siano temi caldi, come ti spieghi lo straordinario successo riscosso tra il pubblico femminile da una trilogia come quella di “Cinquanta sfumature di grigio” di E.L. James, nella quale – senza entrare nel merito del romanzo in sè – il protagonista maschile vuole possedere e controllare la vita della “sua” donna non solo a letto, ma anche in ogni minimo dettaglio quotidiano, ricalcando quindi alla perfezione lo stereotipo dello “stalker”?

Se parliamo di malattia maschile del machismo, non possiamo ignorare il fatto che c’è anche una malattia femminile e il successo della trilogia la dimostra in pieno: un masochismo intellettuale e fisico che esula dall’ambito sessuale. E’ una tendenza ad estrapolare nella vita quotidiana quella che è una fantasia sessuale. Ritengo che nell’ambito del rapporto fisico ciascuno sia libero di dare libera manifestazione alle sue fantasie, fa parte dei giochi: ma è necessaria una separazione netta tra ciò che vive tra le lenzuola e ciò che invece è la vita reale. Estrapolare un rapporto di forza nella vita di ogni giorno è sbagliato e pericoloso sia per l’uomo che per la donna. Ma non è una responsabilità che si può lasciare solo sulle spalle dell’uomo: anche la donna ha il compito di guidare e di accompagnare il maschio sia nel letto che fuori, di non permettergli di confondere i due “ambiti”.

Ai femminicidi si contrappone sempre più spesso un atteggiamento femminista di opposizione all’uomo. Tu stessa sei indicata come icona di un’ondata post-femminista nuova e il tema del femminismo è ricorrente nei tuoi scritti e nella tua poetica. Entrambi i termini, tuttavia, sono costruiti sulla medesima radice, “femmina”. Secondo te, dove finisce la “femmina” e inizia la donna?

Femmina e donna sono sinonimi, perché una donna è davvero tale solo nell’essenza della sua femminilità, al di là di ogni costruzione e di ogni condizionamento di genere. E se da un lato non potrei ora essere la donna che sono senza le letture e la filosofia femminista degli anni Sessanta e Settanta, al tempo stesso non vi ho mai aderito totalmente per due ragioni: innanzitutto, per la posizione aggressiva che hanno sempre assunto verso il genere maschile e in secondo luogo perché hanno contribuito a costruire un’immagine di donna che rinnega la propria femminilità per provare la propria forza. E’ una trappola patriarcale anche questa, perché ammette implicitamente l’assunto che solo assomigliando all’uomo si possa essere forti. Io sostengo un nuovo tipo di femminismo, nel quale l’uomo non sia il nemico assoluto da escludere dalla battaglia o un essere da intimidire: al contrario, uomo e donna dovrebbero entrambi ammettere di avere forze differenti ma ugualmente importanti, e combattere fianco a fianco.

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