Articolo pubblicato su Diritto di Critica il 21 aprile 2011 

«Al villaggio raccontano che il Dniepr prima dell’esplosione d’inverno ghiacciasse. Dopo Chernobyl, non è più ghiacciato neppure una volta:  nei mesi freddi ora acquisisce una consistenza strana, quasi densa, tipo plasma». Alessio Franchina, 23 anni, è stato più di una volta inBielorussia tramite “Aiutiamoli a vivere”, l’associazione che da anni organizza soggiorni terapeutici in Italia per i bambini bielorussi dopo l’esplosione alla centrale di Chernobyl. Il villaggio di cui parla è Komarin, poco meno di 1.500 abitanti, a 12 chilometri dall’inizio della tristemente famosa “zona di esclusione”, l’area altamente contaminata che si estende per un raggio di 30 chilometri attorno all’impianto. «Dai tetti delle case – aggiunge Franchina – di notte si vedono le luci della centrale».

PHOTOGALLERY DALLA CITTA’ FANTASMA

L’INCIDENTE. 26 aprile 1986, ore 1.24: un esperimento nella centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, al confine con la Bielorussia, provoca l’innalzamento incontrollato della temperatura nel reattore 4 dell’impianto, che a sua volta genera un’esplosione di incredibile potenza, tale da far saltare il tetto del reattore di più di 1000 tonnellate. «Non si saprà mai con esattezza l’entità della contaminazione, – si legge nel libro “Bugie nucleari” della giornalista Silvia Pochettino, che ha raccolto le testimonianze del fisico sovietico Vassili Nesterenko e del ricercatore medico Yuri Bandazhevsky, incarcerato per sei anni a causa delle sue scoperte ‘scomode’ – si calcola che siano stati diffusi materiali radioattivi pari a 12 milioni di terabecquerel, circa 200 volte la bomba di Hiroshima». A portare le maggiori conseguenze dell’esplosione è la Bielorussia, sulla quale si deposita il 70% dei radionuclidi emessi. L’incendio alla centrale viene spento solo il 7 maggio: sono passati già dieci giorni, dieci giorni in cui il reattore ha bruciato ininterrottamente.

«Nei giorni successivi all’incidente– continua Franchina – anche Komarin è stata evacuata ». Gli abitanti del villaggio sono stati per un po’ da amici o parenti in altre aree della Bielorussia, ma poi sono tornati nelle loro case: in fondo il paese non era stato inserito nella “zona di esclusione”, quindi doveva essere sicuro.  «Non si vuole parlare dell’incidente, – continua Franchina – lo si considera passato. La gente non  è preparata sull’argomento ‘radiazioni’. Molti non hanno mai nemmeno capito perché fossero stati allontanati a seguito dell’esplosione: la radiazione non si vede, non si sente, non si percepisce».

LE EVACUAZIONI. Le evacuazioni delle aree nel sud della Bielorussia, per un raggio di 30 chilometri attorno alla centrale, iniziano soltanto il 3 maggio: sono più di 132.000 le persone costrette ad un esodo improvviso, senza spiegazioni e senza poter prendere con sé alcun effetto personale. La maggior parte di loro non farà mai più ritorno alle proprie case: interi villaggi nella zona delimitata vengono rasi al suolo, interrati o coperti di cemento,  oppure abbandonati per sempre. Persino la città di Pripjat’, a soli 2 chilometri dalla centrale, non è evacuata subito, ma dopo 36 ore.  Ora è una città fantasma. «C’erano 50.000 mSv/h quel giorno a Pripjat’ – si legge ancora nel libro della Pochettino – mentre il fondo naturale di radioattività non dovrebbe superare gli 0,11 mSv/h. […] Dei 45.000 abitanti della città a soli 2 km dalla centrale di Chernobyl, evacuati 36 ore dopo l’incidente, quanti sono ancora in vita? […] Dai dossier resi pubblici anni dopo risulta che 15.000 di loro siano stati ospedalizzati a Kiev nei giorni immediatamente successivi la tragedia per gravi problemi respiratori e neurologici, ma poi rimandati a casa perché “ricoverati per errore”». I dossier a cui si fa riferimento sono 40 protocolli “assolutamente confidenziali” con i quali il Pcus  e il ministero della Sanità e della Difesa dell’Urss hanno imposto il segreto militare sulle informazioni concernenti il disastro nucleare e prescritto le norme comportamentali da assumere dinanzi agli effetto sanitari dell’incidente: prima tra tutte, dissimulare le dosi di radiazioni ricevute dalla popolazione e non indicare in nessun referto medico la diagnosi di “malattia acuta da irraggiamento”.

Komarin, come la maggior parte degli altri villaggi nella zona, è un paese rurale. «Prima di partire dall’Italia – aggiunge Franchina – l’assistente sanitario ci aveva sollecitati a non mangiare latte, derivati, pesce o cibo coltivato in loco: ma come facevamo? Non c’era altro». Al rientro in Italia dopo le due settimane a Komarin, i volontari dell’associazione registrano altissimi livelli di cesio nella tiroide, parecchio oltre la norma. Non avevano assunto prima di partire le pastiglie di iodio che evita l’accumulo di cesio: «al ritorno il medico ci ha consigliato di bere moltissima acqua, così da riportare i valori a livelli normali. Ma se è stato così dopo due settimane, figuriamoci per le persone che vivono lì da anni».

GUERRA DI DATI. I dati sulle conseguenze sanitarie delle radiazioni a seguito dell’incidente di Chernobyl sono contrastanti. «Definire con esattezza gli effetti di un disastro nucleare come quello di Chernobyl – spiega Silvia Pochettino, intervistata da Diritto di Critica – è difficile perché essi non sono né immediati né omogenei e soprattutto perchè il pericolo radioattivo non è percepito dalla popolazione». Il Chernobyl Forum – al quale parteciparono l’IAEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica), altre organizzazioni dell’ONU (FAO, UN-OCHA, UNDP, UNEP, UNSCEAR, OMS), la Banca Mondiale e le autorità di Russia, Bielorussia ed Ucraina – nel 2005 stabilì che il bilancio delle vittime di Chernobyl era di 31 morti durante l’incendio, 200 colpiti da irraggiamento acuto e 2000 tumori tiroidei, curabili. Altri 4.000 sarebbero i morti ‘presunti’ per tumori e leucemie su un arco di 80 anni. Ma questi cifre sono contestate da numerose associazioni nazionali e internazionali, quali Greenpeace oppure Progetto Humus: particolarmente sotto accusa è anche l’accordo del 1959  tra AIEA e OMS, per il quale nessun rapporto dell’OMS sulle conseguenze sanitarie delle radiazioni può essere pubblicato senza l’approvazione dell’AIEA. Un articolo pubblicato sul Guardian il 25 marzo 2006 riportava inoltre le stime di Nikolai Omelyanets – capo della Commissione ucraina per la protezione dalle radiazioni- che parlano di34.499 vittime fra i cosiddetti “liquidatori” e di almeno 500.000 morti fra i 2 milioni di esposti alle radiazioni in Ucraina. Numeri a cui si aggiungono, come sottolineato da Evgenia Stepanova (Centro Scientifico per la medicina radioattiva del governo ucraino), «tumori alla tiroide, leucemie e mutazioni genetiche che non sono state registrate dall’Oms e che vent’anni fa erano praticamente sconosciute».

ONORE ALLA PATRIA. «Anche molti uomini di Komarin sono andati come volontari tra i liquidatori, – spiega Franchina – cioè coloro che dovevano ‘liquidare’ le conseguenze dell’incidente». Costruire il sarcofago attorno al reattore, spostare le macerie, ripulire l’ambiente e la terra dal materiale radioattivo: questi i compiti dei liquidatori, circa 600.000 uomini e militari accorsi da tutta l’Unione Sovietica per tentare di decontaminare l’area critica. Equipaggiati spesso solo con tute e guanti, per chi lavorava sul tetto del reattore il tempo massimo di permanenza era di due minuti. «I padri di alcuni bambini che avevamo ospitato in Italia ci hanno mostrato la medaglia dei liquidatori. Quella che lo stato ha dato loro per il servizio. Una medaglia! Erano fieri di aver servito la loro patria. Di aver reso onore allo stato».

Uno stato al quale la popolazione bielorussa in larga parte continua a credere: «In Europa si vede inLukashenko un dittatore, – aggiunge Franchina – ma lì, soprattutto nelle aree più distanti dai grandi centri, lo amano, perché si presenta con un uomo molto vicino alle problematiche del suo popolo. E’ apparenza e propaganda, ma funziona». Soprattutto nel momento in cui si devono cercare i vantaggi economici per lo stato: «tenere chiusi e inutilizzabili dei terreni così ampi come quelli della “zona di esclusione” – spiega Silvia Pochettino a Diritto di Critica – è un costo enorme: per questo il governo bielorusso sta emettendo leggi per ridurre le zone proibite. In un’ottica prettamente economica è comprensibile, anche se non giusto». Ciononostante – o forse proprio per questo – Lukashenko nei villaggi è conosciuto come ‘colui che ha tolto la radioattività’: «lo stato – spiega ancora Franchina – ha tolto infatti alle popolazioni delle aree colpite le agevolazioni garantite dopo il disastro e ha alzato il livello di pericolosità radioattiva, ritirando dal commercio tutte le mappe delle zone contaminate: tanto è bastato per far credere che avesse davvero vinto il problema radioattivo».

Advertisements