Articolo pubblicato su Narcomafie di febbraio 2011. Gallery di Erica Balduzzi 

I terremotati aquilani lamentano di vivere in gabbie dorate: all’esterno appaiono ricche di comfort, in realtà spesso sono poco vivibili e prive delle primarie comodità. Sistemazioni provvisorie che potrebbero trasformarsi in abitazioni definitive, a causa di soldi inesistenti o mal  gestiti.

 

Nella nebbia del tardo pomeriggio, i villaggi “Friuli Venezia Giulia”, “Alpini” e “Veneto” di Fossa, vicino L’Aquila, assomigliano più a paesi fantasma che a posti abitati. Le strade deserte e ingombre di neve, poche automobili parcheggiate, le casette spoglie disposte una dietro l’altra, nessuno in giro e tutt’intorno un silenzio innaturale. Davanti ad alcuni moduli abitativi fanno bella mostra di sé pochi vasi di fiori e qualche alberello di Natale illuminato, giusto per ricordare che le feste arrivano anche nelle terre ancora segnate dal terremoto del 6 aprile 2009. Nella voce delle persone che abitano il villaggio, la parola che ricorre più spesso quando si parla dei vari progetti abitativi a seguito del sisma è una sola: sprechi. Validi come campagna elettorale per chi ha interesse a far sapere che L’Aquila si sta rialzando e che l’emergenza è ormai passata. La situazione, a quasi due anni dal terremoto, è però lontana dall’essere risolta. I Progetti Case (Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili) e i Map (Moduli abitativi provvisori), presentati dal Governo come la risoluzione miracolosa ai problemi degli sfollati, si svelano nelle parole di chi è costretto a viverci per quello che sono: una grande campagna mediatica per nascondere le falle di progetti dove l’interesse principale era ottenere un appalto.

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