Articolo pubblicato su Narcomafie nel novembre 2010

Rumeni ma anche albanesi, egiziani e marocchini: sono loro gli schiavi che, ogni giorno, mandano avanti il lavoro nelle imprese edili bergamasche e bresciane. Completamente dipendenti da chi ha dato loro la possibilità di raggiungere l’Italia e trovare un impiego, ben presto scompaiono nell’anonimato delle braccia sfruttate nei cantieri del Nord. Lavorano per due, tre, quattro mesi a meno di 500 euro al mese, con i quali devono pagare alloggio e caporale. E prendere quei 500 euro non è più un diritto: diventa una fortuna, perché non sempre i soldi arrivano.

E’ questa la realtà lavorativa nei cantieri delle provincie di Bergamo e Brescia, fotografata dalla Filca CISL. Un problema per niente nuovo. «Per quanto riguarda la zona di Bergamo e Brescia – spiega Battista Villa, segretario regionale della Filca – c’è sempre stata la cultura delle ’squadre’, una sorta di ’caporalato nostrano’ incentivato dalla frammentazione dell’edilizia. Le grandi aziende – continua – si sono smembrate rispetto all’organizzazione del lavoro a causa dei continui subappalti. Questo ha favorito nel tempo la nascita di sistemi di assunzione poco trasparenti».

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